"Il cappello del prete" di Emilio De Marchi fu pubblicato per la prima volta nel 1888, e
divenne un best seller. L’aspetto più interessante è che, in un primo momento, fu pubblicato come romanzo d’appendice, quindi come un’opera per il grande pubblico.
A rileggerlo oggi, invece, sembra una sorta di "Delitto e castigo" italiano, anzi partenopeo. Già, perché è ambientato a Napoli, dove il barone di Santafusca, il protagonista, mette a segno un delitto quasi perfetto. Il barone, un po’ come Raskolinkov, è convinto di essere un uomo superiore, un “filosofo positivista” che non proverà rimorso per il suo crimine. E inizialmente sembra quasi che il suo piano abbia avuto successo, e che il beneficio economico ricavatone possa rimettere in piedi la vita del barone, riscattando quello che sembrava ormai un inesorabile declino personale.
Ma poi gli eventi, naturalmente, si complicheranno; e il “Superuomo” scoprirà che è possibile uccidere un prete, ma non la propria coscienza…
C’è da ribadire che, se allora era un’opera largamente commerciale, oggi invece, rispetto a tanti thriller pieni di sesso e violenza, o di vicende legali, o di Sacro Graal, sembra quasi un romanzo d’autore. Può sembrare una frase forte ma, se lo leggerete, potrete verificare il profondo scavo
psicologico e l’ottima scrittura di
De Marchi.
Una bella risposta a chi ritiene ancora che il thriller sia solo letteratura di “serie B”.