“Deus Caritas est” (2006) è la prima enciclica di Papa Benedetto XVI. La lettura del suddetto scritto permette di riconoscere
l’astuzia di Joseph Ratzinger, che è riuscito a inserire un discorso molto duro in un messaggio assai edulcorato.
A una prima lettura, infatti, non si può che apprezzare questo che si potrebbe definire un nuovo inno all’amore, con alcune novità di rilievo: prima tra tutte, la valorizzazione dell’eros, come energia positiva che però deve essere disciplinata.
Un’analisi più attenta dell’opera induce, però, a fare anche altre considerazioni, meno scontate e più ardue. Senz’altro il Pontefice, in tutti questi anni vissuti accanto a Giovanni Paolo II, ha acquisito una conoscenza approfondita dei problemi della Chiesa Cattolica nel mondo, per cui non c’è da meravigliarsi se l’enciclica può essere interpretata anche come un grande rimprovero proprio alla Chiesa, cioè a chi opera nella Chiesa e per la Chiesa, o almeno sembra che così faccia. Il Papa
insiste sul fatto che occorre portare Cristo agli uomini: non si può essere semplici filantropi, come gli altri! Occorre che gli operatori che si occupano di caritativa siano preparati anche sul piano spirituale, perché non devono essere solo assistenti tecnici.
Sempre a proposito dei fedeli più impegnati, l’Autore illustra il valore della
diaconia, il suo significato e la sua storia: è importante evidenziare che si parla di diaconi solo in merito allo svolgimento della diaconia, cioè del servizio, non per quanto riguarda la liturgia.
Il Pontefice è rigoroso e insiste sul fatto che le organizzazioni che si occupano di caritas e si riconoscono nella Chiesa Cattolica non possono agire autonomamente e indipendentemente da Questa, ma devono sottomettersi al volere del Vescovo della diocesi referente.
Potrebbero essere due i rilievi che si potrebbero avanzare all’Autore. In primis, a conferma del maschilismo tipico degli ambienti cattolici, ogni complimento al genere femminile è concentrato a favore della figura di Maria, che viene venerata quale santa per eccellenza.
Inoltre, trattando di amore e matrimonio, il Papa effettua collegamenti con altre religioni, ma solo la fede di Israele e l’Islam, trascurando ad esempio tutto il mondo asiatico. Si potrebbe dire che il Pontefice abbia voluto sintetizzare il suo programma di governo, avvalendosi esclusivamente del suo sapere che, indubbiamente, è un sapere tipicamente europeo.
C’è anche chi l’ha criticato proprio per questo, perché avrebbe dato eccessivo sfoggio di una preparazione accademica fine a sé stessa. Per fortuna che il Papa non ascolta tutti!