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La scomparsa di Patò

di : snaporaz979     

Autore : Andrea Camilleri
Pubblicato per la prima volta nel 2000, “La scomparsa di Patò” (edito da Mondadori) estremizza la sperimentazione che Camilleri
aveva già proposto in altri romanzi del suo filone storico: come “Il birraio di Preston” e “La concessione del telefono”.
Ma stavolta, per sua stessa ammissione, il narratore si chiama completamente fuori: l’intero libro (difficile parlare di “romanzo”) è redatto in forma di dossier. Si susseguono quindi corrispondenze ufficiali, lettere anonime, articoli di giornale e perfino scritte murali. E va dato merito ad un’edizione che dal punto di vista grafico rende giustizia all’originalità della struttura (più di quanto non capitasse nei romanzi pubblicati da Sellerio).
Per la trama l’autore si è ispirato ad una frase dell’amato Sciascia, che ripropone come esergo prima della narrazione. Il 21 Marzo 1890, a Vigata, l’integerrimo ragioniere Antonio Patò, direttore della Banca di Trinacria, scompare durante la rappresentazione del “Mortorio”: una variante teatrale della Passione di Cristo, scritta da tale cavalier D’Orioles.
L’irreprensibile ragioniere, quasi come per contrasto, interpretava la parte di Giuda, che alla fine viene inghiottito da una botola. Da quella botola non apparirà più, né alla fine della rappresentazione né il giorno dopo, spingendo sua moglie a denunciare la scomparsa. Cominciano così le indagini, che vedono affiancati un delegato della Pubblica Sicurezza e un maresciallo dei Reali Carabinieri, inizialmente nemici ma poi sempre più uniti da un caso che si rivelerà meno banale e molto più scomodo del previsto…
Credo che sarebbe dannoso anticipare altro, perché “La scomparsa di Patò” è anche un giallo (sebbene molto sui generis).
In un’intervista di qualche anno fa, il maestro Camilleri, parlando del suo filone storico, ha affermato che sono due le cose che gli interessano: la struttura e il linguaggio.
Della struttura abbiamo già detto. Per quanto riguarda il linguaggio, in quest’opera l’autore si sbizzarrisce, arrivando quasi al virtuosismo: ogni documento, a seconda di chi l’ha scritto, è un piccolo ritratto  antropologico di un tipo umano. Basta leggere le lettere del senatore, scritte in un incomprensibile “politichese”, ma poi pungenti e chiarissime nel post scriptum.
Fra l’altro, come già accedeva per “Il birraio di Preston”, nel finale Camilleri ironizza sulla differenza fra storia reale (che è sempre spiacevole) e storia tramandata (quella che fa più comodo ai potenti di turno). Insomma, ancora una volta, si ride amaro. 
Pubblicato il: agosto 03, 2009
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