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Il birraio di Preston

di : snaporaz979     

Autore : Andrea Camilleri

  Camilleri come Tarantino! È questo il primo commento che mi viene dopo aver letto “Il birraio

di Preston”, romanzo storico-umoristico pubblicato nel 1995 dall’autore siciliano, ovviamente per i tipi di Sellerio.
Infatti, proprio come Tarantino nel film “Pulp fiction”, il narratore in questo libro adotta la cosiddetta “costruzione atemporale”: ossia gli eventi non seguono una cronologia lineare, ma vengono proposti seguendo un ordine apparentemente arbitrario (ma in realtà c’è comunque una logica, che nel caso del libro segue criteri soprattutto umoristici).
“Il birraio di Preston” fa parte del filone meno commerciale della produzione di Camilleri: quello che non narra le vicende del commissario Montalbano, ma fatti storici abilmente romanzati, mistificati dalla fantasia dell’autore (lo stesso accade, per esempio, ne “La concessione del telefono” e in “La scomparsa di Patò”).
Nel “Birraio” il pretesto narrativo è tratto, come spesso succede, da un fatto realmente accaduto, e  documentato da un’inchiesta parlamentare sulle condizioni socio-economiche della sicilia che risale al 1875-76. L’allora prefetto di Caltanissetta, di origine toscana, si intestò, contro il volere popolare, ad inaugurare il nuovo teatro con l’opera lirica intitolata appunto “Il birraio di Preston”.
Il risultato di questa ostinazione fu una serie di tumulti che l’inventiva di Camilleri ovviamente enfatizza, manipola, concedendosi molte licenze. Ne viene fuori un’opera che è stata definita “cronaca romanzesca”, proprio per sottolinearne il carattere semi-sperimentale. Perché, se è vero che l’autore  in questi romanzi storici sperimenta nuove strutture narrative, è altrettanto vero che non perde mai di vista il lettore, e si preoccupa di rendere comunque il tutto comprensibile. Insomma, Camilleri non fa della vera avanguardia letteraria, non è certo Joyce, ma scrive quelli che forse potremmo definire “best seller di qualità”.
Un altro aspetto interessante di questo autore è poi quello linguistico. E infatti anche in questo libro c’è l’uso del vernacolo che si alterna all’italiano burocratico dei vari politici e funzionari dello Stato, ottenendo effetti sapientemente comici. Ma anche il linguaggio multiforme non compromette la leggibilità (come avviene per esempio in Gadda, autore grandissimo ma, almeno per me, non facile da affrontare).
La caratterizzazione dei personaggi va di pari passo coi loro diversi registri linguistici, e si sente quanta importanza abbia avuto per l’autore essere stato un regista teatrale e televisivo.
Infine, anche se il libro è spesso esilarante, la risata nel finale diventa amara, perché, come già accadeva ne “La concessione del telefono”, Camilleri ci dimostra che la giustizia raramente trionfa, e che della Storia conosciamo solo la versione dei vincitori, e non quella autentica.
 


Pubblicato il: giugno 07, 2009
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