Sul fatto che Andrea Camilleri sia uno degli scrittori italiani più letti ed amati credo non ci siano
dubbi. L’uscita di un suo libro viene addirittura segnalata, con relativa intervista, nei notiziari televisivi: una cosa molto non molto frequente, purtroppo.
Tuttavia lo scrittore siciliano è noto ai lettori meno esperti (o ai non lettori) soprattutto come l’inventore della saga del commissario Montalbano, mentre i suoi meriti letterari vanno ben oltre il registro poliziesco. Esiste un altro filone della narrativa camilleriana che da molti viene giudicato il migliore: quello dei romanzi
storico-umoristici, di cui uno dei più famosi è appunto “La concessione del telefono”, pubblicato per la prima volta da Sellerio nel 1998 e acquistato da me pochissimo tempo fa, nella sua ormai trentaquattresima edizione! Un’edizione che, fra l’altro, come molti libri di questa casa editrice, ha un prezzo ragionevolissimo: 10 euro.
E sono soldi spesi bene, credetemi, perché per oltre duecento pagine questa storia grottesca fa ridere, pensare e riconcilia con il piacere della lettura.
Lo spunto del romanzo è una “richiesta di concessione per una linea telefonica privata” inoltrata da tal Filippo Genuardi nel 1892. Oggi viviamo nell’epoca di Internet e dei telefonini, ma a quel tempo una richiesta che oggi fa sorridere implicava tutta una serie di passaggi e adempimenti burocratici che hanno permesso all’autore di immaginare situazioni al limite dell’assurdo. Man mano che aumentano gli equivoci, sfilano davanti ai nostri occhi padrini sornioni, mogli infedeli, parroci scandalizzati e prefetti che danno i numeri (del lotto!).
Un’ultima nota per rendere l’idea dell’abilità narrativa del Grande Vecchio della letteratura italiana (che non a caso è stato anche regista teatrale): ci sono capitoli esclusivamente dialogici, ossia interamente “parlati”. Eppure, malgrado l’assenza di didascalie, quando i personaggi cambiavano stanza, giuro di aver sentito i loro passi con queste orecchie!