L’autore parte delle origini delle forme che aprono la strada al libro, prima la memoria umana, poi le primitive
scritture pittografiche o ideografiche che nel tempo si sono trasformate nei geroglifici egiziani e poi negli ideogrammi cinesi e giapponesi. Il criterio di far corrispondere segni e parole fu introdotto nel Mediterraneo dagli Egiziani, fu sviluppato in forma alfabetica dai Fenici, dal quale derivarono, in forme diverse, gli alfabeti greco, italico, ebraico, siriaco, arabo e quello latino. Furono i Greci a diffondere la scrittura come patrimonio universale dell’umanità.
Gli antichi romani possedevano schiavi colti che utilizzavano per “copiare” i libri sotto dettatura. Soltanto gli ebrei si erano assunti l’obbligo di eliminare l’analfabetismo, senza distinzioni di censo, per poter studiare le Sacre Scritture, mentre in Grecia e a Roma studiava solo chi ne aveva le possibilità. I primi editori sembra fossero gli stessi autori che utilizzavano il sistema della copiatura per commercializzare o regalare le loro opere agli amici. Sono costoro i prototipi dell’editoria. Questa tradizione di “copisti”continuò anche nell’era cristiana: la categoria più famosa furono gli amanuensi.
A Johann Gensfeish (1399 - 1468), figlio di un orafo della zecca di Magonza, è attribuita l’invenzione del libro. Egli è passato alla storia come Gutemberg per il nome del paese di provenienza della sua famiglia. Intorno al 1450 egli realizza duecento copie della Bibbia, considerata il primo libro a stampa con caratteri mobili, uscito da un torchio.
La tradizione d’arte italiana smussa la spigolosità dei caratteri gotici e, in pochi decenni, l’Italia acquista un’indiscussa superiorità nella stampa.
Nella veste esteriore i libri riportano il nome dell’autore, l’insegna dello stampatore, il luogo e l’anno di stampa, mentre la rilegatura diventa sempre più di pregio e vi si riflettono gli stili delle varie epoche: rococò, barocco, romantico, art-noveau, futurismo. Le stampe, in bianco e nero, poste a illustrazione di un testo, vengono usate per la prima volta nel 1461 da A. Pfister per illustrare un’edizione delle favole di Boner.
In Europa, alla fine del Quattrocento, i centri in cui sono installate le stamperie sono 2377. Nascono le fiere di Francoforte, Lipsia, Lione, raduno privilegiato di librai e stampatori.
All’inizio del Cinquecento si afferma Aldo Manuzio (1450 – 1515), lo stampatore italiano editore/autore più noto nel mondo. Egli fu tra i primi a usare un’insegna tipografica per distinguere le proprie edizioni: un’ancora secca con il delfino. Egli rivoluzionò l’immagine nel campo editoriale, con l’introduzione del formato in ottavo o manuale e con l’introduzione del carattere italico, detto anche corsivo o cancelleresco, inciso per lui da Francesco Griffi di Bologna.
Petrucci applica l’idea dei caratteri mobili alle note musicali, iniziando la pubblicazione degli spartiti a stampa.
Nella seconda metà del XVI secolo la Chiesa opera una censura molto rigida e, nel 1559, esce il primo "Indice dei libri proibiti". Alle stamperie private si affiancano quelle istituzionali, di proprietà dei governi o degli organi ecclesiatici: la Stamperia Vaticana, l’Imprimerie Nationale.
Tuttavia le crisi economiche e le guerre del XVII secolo colpiscono il libro come merce e veicolo d’informazione. Molte stamperie sono costrette a chiudere o a ridurre i torchi. La figura dell’imprenditore editoriale unico, tecnico e umanista, si scinde per necessità economiche e decadenza culturale: lo stampatore diventa man mano un semplice artigiano, l’editore privilegia l’aspetto economico, lasciando agli studiosi di professione la componente culturale.
In Italia continua la tradizione degli editori/stampatori con i Bulifon a Napoli, il Mascardi a Roma, i Pinelli ei Baglioni a Venezia, lo Zappata a Torino, i Malatesta e gli Agnelli a Milano.
In Olanda Lodewijk Elsevier fonda una dinastia di quindici stampatori/editori attivi, tra il 1580 e il 1712, a Leida, all’Aia, a Utrecht e ad Amsterdam. Dalla sua familia prende nome l’elzeviro, una serie di eleganti caratteri dall’occhio sottile e aggraziato, disegnati dall’incisore olandese Christoffel van Dyck.
Con il Settecento la quantità della produzione riprende quota insieme alla qualità grafica e si orienta in due grandi filoni distinti: l’opera di pregio, realizzata per una élite di studiosi o di mecenati, e l’opera popolare. Tra gli stampatori/editori si segnalano il Bodoni a Parma, lo Zatta e il Pasquali a Venezia, i Remondini a Bassano, il Manni e il Cambiagi a Firenze, il Dalla Volpe a Bologna, il Bertolero, i Bocca e i Fontana a Torino.
L’ultimo dei grandi innovatori dell’arte tipografica fu, tra Settecento e Ottocento, il tipografo e fonditore Giovanni Battista Bodoni, nato a Saluzzo nel 1740. Egli disegna caratteri di particolare bellezza, influenzato dal gusto neoclassico del suo tempo, creando il carattere bodoniano, caratterizzato da un eccezionale equilibrio tra spazi bianchi e caratteri.
In Francia, tra il Settecento e l’Ottocento fu il momento dei Didot, celebre e numerosa famiglia di editori, originaria della Lorena. Firmin Didot inventa la stereotipia, ovvero la conservazione, attraverso un calco, di pagine già composte al fine di future ristampe, limitando notevolmente i costi di produzione.
Nel 1820 si introduce l’uso della legatura editoriale e la copertina diventa una superficie pubblicitaria. L’editoria assume caratteristiche imprenditoriali. L’invenzione del torchio a vapore da parte del tedesco Friedrich Konig sostituisce i torchi di legno a mano e restringe i tempi e i costi delle tirature creando una nuova economia del libro. Egli riesce a inventare anche la prima macchina rotativa, importata in Italia dal torinese Giuseppe Pomba.
In Italia tra prima e la seconda guerra mondiale si affermano i nuovi imprenditori in campo editoriale: Bocca, Vallardi, Le Monnier, Mondadori, Ricordi, Zanichelli, Rizzoli, Bompiani e tanti altri.