“Il cielo non è vuoto.” (“Spe salvi”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2007, prima edizione, pag.13) è lo slogan con cui viene già identificata la seconda
enciclica di Benedetto XVI, indirizzata a tutti, ma in particolar modo ai fedeli cattolici perseguitati e, contemporaneamente, ai loro persecutori. È come se il Papa riuscisse a parlare, allo stesso tempo, ad entrambe le categorie, vittime e carnefici, che quindi, paradossalmente, potrebbero condividere il medesimo ambiente socio-culturale. Se ciò corrispondesse al vero, l’enciclica risulterebbe indigesta a molti cattolici, chiamati a convertirsi e ad attuare un tempestivo mutamento di condotta per il bene comune, proprio alla luce della fede, poiché “..il Vangelo... è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita.” (idem, pag.5). Il Papa sollecita tutti i fedeli a dare una testimonianza cristiana verace, in ogni ambiente frequentato, fino all’eroismo del sangue, se necessario, e perciò indica esplicitamente l’esempio da seguire, cioè quello dei santi e dei martiri, che hanno vissuto nei cinque continenti, sacrificando l’esistenza per Cristo e lasciandovi impronte indelebili per tutta la Chiesa. In questo testo coraggioso, che rincuora chiunque sta lottando per i valori veri, il Pontefice rivela che “La grazia non ..è una spugna che cancella tutto..” e che “I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato.” (idem, pagg.85-86). Particolarmente efficace risulta la sezione dedicata ai “luoghi” di apprendimento e di esercizio della speranza, in cui vengono illustrati tre ambiti - preghiera, azione-sofferenza, Giudizio - e ove trova ospitalità un piccolo
paragrafo fondamentale, il n.40, che forse può sfuggire al lettore frettoloso, ma che costituisce una tappa importantissima del volumetto: Benedetto XVI ce lo propone sotto tono, quale breve e semplice riflessione (“ancora una piccola annotazione”, in idem, pag.78), ma in realtà si tratta di un insegnamento fondamentale, l’offerta quotidiana di se stessi, oggigiorno pressoché dimenticata, ma che per secoli ha consentito ai santi di mantenere vivo e costante il dialogo con Dio. Sono davvero 100 paginette densissime, che meritano una lettura attenta anche solo per valorizzare la ricchezza dei vocaboli scelti e delle locuzioni coniate. Alcune di queste parole rimarranno senz’altro impresse in ognuno di noi e ci accompagneranno quando la
disperazione ci tenterà e dovremo/potremo aggrapparci alla
speranza cristiana, che è già certezza, perché Cristo è morto e risorto per l’intera umanità e quindi ci convinceremo davvero del fatto che “Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più
parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare....... l’orante non è mai totalmente solo.” (idem, pag.61-62). Così, vestendo i panni del catechista del passato, l’illustre autore individua la radice del problema della disperazione moderna e suggerisce a tutti, a partire dai Vescovi, alcuni farmaci sicuri, privi di effetti collaterali, proprio come quello illustrato al paragrafo n.40, rappresentato dall’offerta delle “piccole fatiche del quotidiano”, posto che “non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza” e che solo con tanto allenamento riusciremo ad acquisire quella forza d’animo indispensabile al momento della prova, per rimanere saldi nella fede. Se il Papa ci ricorda questa pratica devozionale, significa che è necessaria per la salvezza della nostra anima! L’enciclica si conclude col paragrafo n.50, ove Benedetto XVI cambia stile e muta la dissertazione in orazione, rivolgendosi direttamente a Maria, quale testimone per eccellenza, e coinvolgendo idealmente tutti i suoi lettori in una preghiera accorata: “..come Madre della speranza...insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!” (idem, pagg.100-101).
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