Il cibo è parte integrante di ogni cultura e, come una terra che ha sperimentato una massiccia immigrazione e un continuo
unirsi di popoli attraverso i millenni, il subcontinente indiano ha beneficiato di numerose influenze culinarie. I diversi climi della regione, dal tropicale all’alpino, hanno aiutato profondamente ad ampliare il gruppo di ingredienti disponibili per le molte scuole di cucina. In molti casi, il cibo è diventato un simbolo di identità religiosa e sociale, con i vari taboo e preferenze (per esempio, un gruppo in seno alla
popolazione giainista non mangia radici o verdure del sottosuolo) che ha portato quei gruppi ad innovare estensivamente le risorse di cibo che sono accettate. Una forte influenza sui cibi indiani è il
vegetarianesimo di lunga data delle comunità induiste e giainiste. Il 31% della popolazione indiana, poco meno di un terzo, è vegetariana. Nel 7000 a.c. circa, il sesamo, le melanzane, e il bue indiano vennero addomesticati nella valle dell’Indo. Dal 3000 a.c. erano coltivate anche la curcuma, il cardamomo, il pepe nero, e la mostarda. Molte ricette sono note dal periodo vedico, quando l’India era ancora coperta da foreste e l’agricoltura era integrata con la caccia e i prodotti delel foreste. In epoca vedica, una normale dieta insisteva in frutta, verdure, carne, grano, latticini e miele. Con il passare del tempo, alcuni segmenti della casta braminica abbraccia il vegetarianesimo, aiutati dal clima che permette che crescano per tutto l’anno una grande varietà di frutti, verdure, e cereali. Un sistema di classificazione del cibo che categorizza tutto come saatvi, raajsi o taamsi fu sviluppato nell’Ayurveda. Ognuno era giudicato di avere un potente effetto sul corpo e la mente.