Aut-aut è l'imperativo che si impone al giovane esteta Soren
Kierkegaard, che si accinge a vivere la vita. Soltanto
questo: il protagonista dell'itinerario filosofico non ha altro impegno che quello di individuare la via più corretta per realizzare se stesso, dunque per vivere nel modo giusto.
Si pongono nella sua vita diversi stadi, corrispondenti a diverse possibilità di vita che si escludono tra sè.
La prima fase, quella più facile raggiungere, corrisponde al soddisfacimento immediato dei piaceri e delle necessità istintuali. L'autore la contrassegna come "fase estetica", appunto perchè le prerogative che vi si affacciano sono risolte nel puro ambito della percezione fisica.
Ma possono sopravvenire novità importanti, per l'esteta che cerca di superare la materia ed evolve perciò in chiave psicologicamente più profonda la sua coscienza della realtà circostante. Tali novità sono i bisogni che l'esteta può sentire, quei bisogni che cercano una soddisfazione aldilà del dato fisico e tangibile, alla portata dei cinque sensi. Tali novità sono nuovi istinti superiori, diremmo, nuove necessità che si staccano dal godimento immediato delle cose. Sentimenti verso gli altri, per gli amici e soprattutto per la famiglia, verso i figli e verso coloro che amiamo. Questi sentimenti creano necessità da appagare, prerogative che obbligano a un rispetto, a precise responsabilità. L'esteta che giunge a riconoscere queste necessità trascendenti la vita umana, cessa la veste di semplice esteta ed accede allo stadio etico dell'
esistenza.
Può avvenire un'ulteriore evoluzione, che innalza ancor più verso l'alto questo giovane personaggio che vuol trovare il giusto assetto della sua vita. Può capitare che dalle necessità etiche e dalle responsabilità che lo vincolano ai suoi cari, l'uomo possa sentire il nuovo bisogno di volgersi verso l'alto, ossia verso quel che c'è di più grande, che sovrasta ogni uomo e ogni pensiero, che raccoglie tutto sotto di sè.
Un uomo del genere, che si volge alla contemplazione di quell'essenza superiore, trascendente dell'intero genere umano eppure aldisopra della materia e del rozzo dato sensibile, è un uomo che sviluppa nel suo intimo una vocazione religiosa.
Un tale uomo, che riconosce la preminenza dell'essere unico e immateriale sulla molteplice e dispersiva quantità di sottigliezze sensibili, è un uomo che accede allo stadio religioso dell'esistenza - e con ciò è chiamato a fare una scelta di assoluta importanza.
Aut-aut, appunto. O questo o quello, e non c'è una decisione intermedia. Scegliere il terzo stadio segna l'abbandono definitivo dal primo stadio, dunque dalla vita di piaceri e godimenti immediati, concessi dai sensi umani. L'uomo kierkegaardiano è dunque sempre libero di scegliere: o restare al primo stadio, e sviluppare il proprio vivere pur sapendo del limite che la materia sempre pone, o elevarsi più in alto, verso uno stadio etico e poi verso uno stadio religioso. Il terzo, ultimo e più alto stadio dell'esistenza, è l'unico stadio che spicca una promessa. Non offre nulla nell'immediatezza materiale, ma offre la forza che la fede corrobora. Offre così la miglior medicina per rendere accettabile e digeribile la vita umana, che è così segnata da tribolazioni incomprensibile e dalla limitatezza in cui il semplice istinto materiale impantana lo spirito.
Marzio Valdambrini