Il giovane Mukunda Lal Ghosh, nato in India da una
coppia di devoti discepoli del guru Lahiri Mahasaya, dedica, fin
dalla più giovane età , la sua esistenza alla ricerca di
Dio. Superate le perplessità dei familiari e attraverso
una serie di incontri con maestri a lui predestinati per
accompagnarne la crescita interiore, realizza il suo
desiderio e diviene monaco con il nome di Yogananda
(Beatitudine dello yoga.) nell’ordine degli Swami. Il
libro è la narrazione di un percorso spirituale e di un’intera
esistenza divenuti, nel racconto dell’autore, il veicolo
per illustrare il Kriya Yoga, una pratica di
meditazione e di orientamento della propria vita secondo gli antichi
insegnamenti degli yoghi, riproposta in India, dopo
secoli di oblio, da Lahiri Mahasaya e dal guru di Yogananda
Sri Ykteswar che lo investe del compito di diffonderla in
occidente. Probabilmente è a tale missione che si deve
la redazione dell’
autobiografia, il cui fascino risiede non
solo negli straordinari eventi narrati, ma soprattutto
nella possibilità prospettata al lettore di realizzare,
attraverso la pratica del kriya yoga, il controllo e
sul corpo e sulla mente e l’unione con la divinità.
Yogananda racconta di materializzazione, di bilocazioni, di
incontri telepatici resi possibili dall’accesso alla coscienza
cosmica, nascosta agli uomini dal velo che la realtà
illusoria (Maya) frappone alla loro consapevolezza.
Scopo della vita umana è, allora, la liberazione definitiva
dalla concatenazione
karmica da cui deriva il fardello della
vita terrena. La concezione karmica giustifica, tuttavia,
anche l’organizzazione degli uomini in caste con conseguenze
inaccettabili per il pensiero occidentale a cui l’opera
è destinata. Non senza una certa reticenza l’autore cerca
di ridurne la portata negativa sostenendo che essa non
viene attribuita all’individuo dalla nascita, ma dal possesso
di determinate qualità; quest’unico punto debole offusca
con la sua forza, il luminoso affresco di spiritualità
dipinto da Yogananda.