No, questo non è un uomo. Non mi riferisco all’uomo senza nome, senza capelli, senza carne, senza speranza che vive prigioniero nel lager nazista. Non è un uomo l’aguzzino, colui che ha ridotto il suo simile in uno stato vegetativo, secondo un piano subdolo e preordinato, secondo la geometrica follia dei nazisiti. La storia raccontata nel libro è conosciuta da tutti. Inizia nel 1945 quando Primo Levi, ebreo italiano, viene arrestato a Fossoli, in seguito a una soffiata e poi viene deportato in Polonia, a Monowich, sottocampo d’internamento di Auschwitz. Il libro descrive le angherie, i soprusi e le terribili condizioni in cui i prigionieri, tutti uomini, erano costretti a lavorare per realizzare una fabbrica di gomma, detta Buna. Ironia della sorte, in Buna non verrà mai prodotto un centimetro di gomma. Il libro termina il 27 gennaio 1945, nel momento in cui i russi entrano nel campo per liberare i prigionieri.
Sull’olocausto si è scritto e si è detto tantissimo, qualcuno addirittura lo nega ancora oggi, io vorrei fermarmi su alcuni punti del libro che mi sono rimasti particolarmente impressi.
Durante una selezione per la camera a gas, un ragazzo giovane e forte viene, forse erroneamente, inserito nella lista dei condannati, mentre un contadino russo si salva. La sera nella baracca il ragazzo sa di non avere scampo e fissa la lampadina, mentre il contadino prega e ringrazia Dio. Levi commenta: “Se io fossi stato Dio, avrei sputato a terra la sua preghiera”.
Levi, al termine del libro, afferma che in nessun caso precedente di tirannia, c’è stato un eccidio di un numero così elevato di bambini, anche questa strategia fu scelta per impedire l’evoluzione di un popolo.
Il lager è un luogo senza speranza, di grande confusione linguistica, dove la fame fa da padrona, dove i prigionieri sanno che la possibilità di sopravvivenza è minima, ma, nonostante questo, sperano di riuscire ad arrivare al giorno successivo. Solo questo è già una vittoria.
Altri riassunti su Se questo è un uomo