“La vedova scalza” (premio
Campiello 2006) conferma il talento dell’autore della Leggenda di Redenta
Tiria, l’opera
uscita l’anno scorso che ha reso noto a tutti lo scrittore
sardo. Siamo in Sardegna, negli anni Trenta del secolo scorso. Mintonia Savucco
è sempre stata innamorata di Micheddu, fin da quando era bambina. Il giovane,
che passa con crescente noncuranza dall’onestà al crimine, alla fine è
costretto a darsi alla macchia. Appena adolescente, Mintonia ne diventerà la
compagna e poi la sposa. I due si vedono di nascosto, prima a causa
dell’opposizione dei genitori, poi per beffare gli appostamenti dei
carabinieri. La situazione precipita quando Micheddu commette il passo falso di
sedurre la bella moglie del
brigadiere. Da lì accusarlo di essere un assassino,
scatenare la caccia all’uomo e ucciderlo sarà tutt’uno. Nella scena finale, a
ogni buon conto, lo stesso brigadiere cadrà sotto i colpi di Mintonia, la cui
rivalsa dovrà superare per brutalità lo squartamento che apre il romanzo.
“La vedova scalza” è un romanzo
inusuale, che si impone per la crudezza delle sue immagini e i virtuosismi del
suo stile: lascia nel cuore la sensazione, mitica e fuori del tempo, della
terra sarda, il sapore della salvia e del mirto, e la visione selvaggia del
mare.
Il pregio del romanzo è soprattutto nella scrittura: in italiano nella
narrazione, in dialetto nei dialoghi, con molte
espressioni quasi proverbiali,
fortissime, che esprimono il dolore più feroce e l’amore più tenero. L’uso del
dialetto in letteratura andrebbe valorizzato, in quanto nulla come le
espressioni popolari si presta a descrivere certi mondi. L’unico appunto è che
alla fine del volume occorrerebbe un piccolo dizionario italiano-sardo,
consuetudine introdotta dallo scrittore Andrea Camilleri nei suoi primi romanzi
in siciliano. Nonostante questo, anche se non tutto può essere compreso da un
lettore “continentale”, il piacere della lettura non ne risente. Anzi si
accresce.