"I Vicerè" (1894) narra la storia della nobile famiglia siciliana degli Uzeda nell'arco di tempo che va dai primi moti dell'isola alle
elezioni del 1882. Gli Uzeda sono dilaniati da accaniti contrasti d'interesse che oppongono il principe Giacomo, duro e avido, al dissoluto conte Raimondo, il cinico e corrotto don Blasco al nipote Ludovico, anch'egli monaco senza vocazione, e alla sorella, donna Ferdinanda. Questi contrasti hanno per cornice i grandi avvenimenti dell'Unità Italiana. Alle beghe di fratelli e parenti si aggiunge la
lotta che tutti insieme sostengono per conservare gli antichi privilegi, per mantenere, nel rapporto tra sfruttatori e sfruttati, la parte dei dominatori: nonostante il
naufragio di alcuni singoli come don Eugenio finito in miseria, don Blasco è pronto ad approfittare della soppressione dei conventi per acquistare i beni degli ordini ecclesiastici; il vecchio don Gaspare non esita a fingere simpatie liberali riuscendo a
farsi eleggere deputato; Consalvo, l'ultimo degli Uzeda, si mescola a faccendieri e corruttori pur di farsi eleggere. Il naufragio degli ideali della borghesia liberale è emblematizzato dalla figura di Giulente, giovane patriota che nonostante il matrimonio con una Uzeda, non ottiene la sperata promozione sociale e risulta sconfitto alle elezioni politiche. Attraverso le vicende degli Uzeda lo scrittore compone un vasto affresco dell'aristocrazia siciliana nel momento del difficile passaggio dal regime borbonico alla
nuova realtà sociale dell'Italia unita, unendo alla tecnica naturalistica italiana una capacità nuova di penetrazione, fredda ma vigorosa, nel tessuto vivo della storia e della lotta politica nazionale.
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