Quello del
superuomo fu un grande mito del nostro Decadentismo. Esso è presente in molte opere di Gabriele D'Annunzio sia in versi che in prosa. È tuttavia dai romanzi che è ricavabile in modo più diretto, grazie anche alle descrizioni psicologiche ed umane abbastanza dettagliate che lo scrittore fa dei protagonisti che lo incarnano. Romanzo manifesto del superomismo è "Le
vergini delle rocce". Claudio Cantelmo, che il superuomo rappresenta, appare guidato da un demone che gli parla e lo sprona ad essere se stesso in maniera autentica superando ogni inibizione. E se si interroga sul perché vivere e perché affaticarsi, la sua risposta è che " noi dobbiamo uccidere le nostre passioni l'una dopo l'altra e intendere ad estirpare dalle radici la speranza e il desiderio che sono la causa della vita. La rinuncia, la piena incoscienza, il dissolvimento di tutti i sogni, l'annientamento assoluto: ecco la liberazione finale! ". Il superuomo naturalmente è un aristocratico. Come tale egli disprezza sia la plebe, sia lo Stato fondato su principi democratici. Egli è convinto che il mondo sia "la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo ed ornandolo nel futuro". Ma nel suo giudizio negativo egli include anche parte della
classe dominante pensando che "l'arroganza delle
plebi è tanto grande quanto la viltà di coloro che la tollerano e la secondano ". Ma " per fortuna lo Stato eretto sulle basi del suffragio popolare e dell'uguaglianza, cementato dalla paura, non è soltanto una costruzione ignobile ma è anche precaria. Lo Stato non deve essere se non un istituto perfettamente adatto a favorire la graduale elevazione d'una classe privilegiata verso un'ideale forma di esistenza". Egli pertanto pensa che debba nascere una
nuova oligarchia, un nuovo reame della forza e che pochi riusciranno presto a riprendere le redini per governare le moltitudini. Che ciò non riuscirà loro troppo difficile perché "le plebi restano sempre schiave, avendo un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse non avranno dentro di loro giammai, sino al termine dei secoli, il sentimento della libertà. Fa parte poi della concezione superomistica il culto della stirpe latina che va a legarsi strettamente con l'idea di una rinascita della società attraverso l'opera del suo figlio-erede, colui che è destinato ad essere il nuovo Re di Roma. A parte ciò, occorre anche sgombrare il campo da due errori comunemente diffusi, il primo relativo al
rapporto tra il superuomo dannunziano e l'Ubermensch di Nietzsche, il secondo invece al rapporto tra D'Annunzio e la sua creatura. D'Annunzio può essersi ispirato al filosofo tedesco, ma non è possibile istituire una coincidenza di idee tra i due, se non altro perché Nietzsche non pensava ad un individuo, bensì ad modello di umanità del tutto nuova rispetto alla presente. Quanto poi al rapporto poeta-personaggio, è vero che D'Annunzio volle vivere al di fuori di tutte le regole, manifestò atteggiamenti guerrieri e di esaltazione della forza, ma anche qui bisogna stare attenti. I protagonisti dei romanzi dannunziani ispirati al superomismo non sono dei vincitori. Essi non sono degli eroi in positivo, anzi non sono affatto degli eroi, non realizzano i loro progetti, ma questo perché è l'autore che così vuole. Con Claudio Cantelmo come con Andrea Sperelli ( protagonista dell’altro suo romanzo, Il piacere) o altri personaggi, D'Annunzio non volle dare dei modelli da imitare, intese al contrario esprimere tutta la sua coscienza e la sua “disperazione” della vanità di un’ aspirazione del genere, della sua inevitabile destinazione al fallimento, della impossibilità ad essere realizzata. Il che poi non toglie che quei personaggi siano stati interpretati solo per gli aspetti di esaltante ribellismo e siano, così, stati trasformati in qualcosa di più che un mito letterario.
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