Pubblicato nel 1945, “Cristo si è fermato ad Eboli” è la
storia del periodo di confino che Carlo Levi trascorse in Basilicata: è il racconto di un mondo chiuso, lontano dal tempo e dalla storia, di problemi antichi irrisolti. Eboli è più del confine geografico che, dalla costa, segna il passaggio nelle terre aride e desolate: è il confine che segna la fine della civiltà. L’opera di Levi offre un’analisi mirabile del Mezzogiorno, narrato attraverso i suoi occhi di piemontese in un memoriale appassionato. In due anni d’esilio ad Aliano,
paese sperduto tra i monti della Lucania, l’autore ebbe modo di conoscere lo stato di miseria in cui la
gente del posto viveva; il ruolo di medico lo portò a stretto
contatto con la vita dei contadini che, per ogni intervento o malattia, si rivolgevano a lui visto che i “medicaciucci" del paese non sapevano niente di medicina. Levi era benvoluto e rispettato da tutti. La sua presenza in paese rendeva orgogliosi anche il podestà Magalone e donna Caterina, sua sorella, che lo
accolsero con piacere; e fu con rammarico che accolsero la notizia della sua partenza, quando la questura di Matera gli rilasciò il permesso di andar via, di tornare a Torino. Nel ripercorrere la propria esperienza a contatto con quella gente dimenticata dalla storia (“Noi non siamo cristiani, — dicono, — Cristo si è fermato ad Eboli”), l’autore riflette con straordinaria lucidità sull’estraneità dello stato e della politica rispetto a quella realtà .
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