Nel suo celebre romanzo “Narciso e Boccadoro” (1930), Hermann Hesse mette in scena l’adolescenza e le sue tensioni verso la crescita e la maturità. La narrazione che egli compie, consente di seguire, con ricchezza di particolari, la vicenda di due giovani amici, sullo sfondo di un’Europa attraversata da conflitti e pestilenze. L’età più verosimile in cui ambientare la vicenda è il ‘600, ma i due personaggi che fungono da protagonisti non patiscono orpelli barocchi. Dunque, Narciso e Boccadoro, novizi nel convento di Maria Bronn, un po’ più anziano il primo, svelano nature complementari. Ascetico e rigoroso negli studi Narciso, di temperamento trasognato Boccadoro. Affidato al convento, dopo che la madre lo aveva abbandonato, Boccadoro scapperà per inseguire, attraverso una
vita errabonda e pericolosa, un’immagine femminile irraggiungibile, passando di
amore in amore, di
donna in donna, di città in città e arrivando per difesa ad uccidere due uomini. Divenuto abile artista, capace di raffigurare con efficacia volti e sentimenti, si troverà sul punto di salire sul patibolo, ma sarà salvato da un misterioso abate, nel quale si sveleranno le sembianze dell’amico Narciso. Sono passati gli anni, e i due amici, invecchiati, si rincontrano. Boccadoro tornerà a Maria Bronn e metterà al servizio della comunità la sua arte di fine intagliatore. Ma ripartirà nuovamente, ansioso di fare sempre nuove esperienze, per tornare dopo anni, fiaccato nel corpo e morente. Proprio nel finale del libro è contenuta una sintesi mirabile del
pensiero di Hermann Hesse, pensiero destinato ad illuminare la mente di molte generazioni. Se, infatti, la cultura e la dottrina di Narciso avevano arricchito e fatto maturare Boccadoro, questi aveva indicato all’amico quanto fosse povero di esperienze. ”In fin dei conti era forse anche più coraggioso e più grande affidarsi alla corrente tumultuosa, commettere peccati e prender su di sé le loro amare conseguenze, anziché condurre una vita pulita in disparte dal mondo, con le mani lavate…” Destino nobile e valoroso, dunque, quello dell’uomo deciso a soffrire e a conoscere gli aspetti più torbidi della vita, ma a patto di essere “integro”, di essere se stesso.
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