"In questo momento vorrei dire qualcosa ai miei compagni,ma ho la sensazione che tutto cio' che riuscirei a dire sarebbe
insincero.Io sono vivo,percio' anche i miei sentimimenti piu' schietti sono in una certa misura impuri"scrive Boris Pahor,scrittore sloveno,oggi 93enne e autore di questo libro in cui affronta il tortuoso della colpa del sopravvissuto,di chi e' tornato;incubo che tanto sembra aver pesato anche sul grande Primo Levi.Quella narrata e' la sua esperienza in un lager nazista.Non a caso Pahor parte da un suo ritorno in quei luoghi,a distanza di anni.Attento ai dettagli, si rende conto che nessuno dei visitatori di oggi potra' mai penetrare davvero nella realta',nell'orrore che fu.In questo libro vi sono momenti indimenticabili:le sequenze cinematografiche della collettiva ('multicefala') massa dei detenuti sotto il getto dell'acqua e delle docce,la rasatura del pube che assimila i prigionieri a cani che si annusano a vicenda,gli stratagemmi per salvarsi applicando un cartellino con un altro nome all'alluce di un cadavere,la fetida biancheria dei morti preziosa per i vivi,il silenzio del fumo che esce dai camini;il segreto egoismo nell'aiuto prestato a un condannato con il sollievo di non essere al suo posto.Momenti sbalzati davanti all'eternita' con possente poesia,come il sorriso di un bambino che si affaccia alla finestra mentre in strada passa la fila di vittime e sorride;un sorriso innocente ma 'anacronistico' al pari del sole che splende alto nel cielo.O,ancora quel condannato che prima di essere impiccato sputa in faccia ai carnefici (talora basta uno sputo sul viso di qualcuno per per lavare lo sporco dal volto del mondo).Scritto con un linguaggio crudo che non cede all'autocommiserazione,Necropoli e' un libro intenso e sconvolgente.Quella che ci racconta Boris Pahor non e' pero' solo la fedele testimonianza delle atrocita' dei lager nazisti,ma e' anche un emozionante documento sulla capacita' di resistere e sulla generosita' dell'individuo.