Da tempo sentivo la necessità di scrivere un articolo sul "Libro dell'inquietudine" di Fernando Pessoa, ma non
volevo limitarmi a una banale recensione, perché fondamentalmente si tratta del diario di un insignificante impiegato che lavora in un insignificante ufficio. Difficilmente sarei riuscito a condividere col lettore il fascino che il libro ha esercitato su di me.
Un inaspettato viaggio a Lisbona mi ha fornito lo spunto che mancava, e come se non bastasse, ho trovato in una libreria sulla scala Do Duque, il primo volume dell'edizione originale del 1982 del Livro do desassossego che non ho potuto evitare di comperare.
In fondo a rua Assunçao c'è una imponente struttura di ferro, mi avvicino e vedo che si tratta di un ascensore. Una targa spiega che sono davanti all'"Elevador de Santa Justa", si tratta di un ascensore in ferro battuto costruito nel 1902 da Saul Mésnier du Ponsard. Mi ricorda la torre di Parigi, esterno questo mio pensiero ad alta voce e qualcuno mi spiega che il costruttore era in effetti un allievo di Gustave Eiffel.
Da lassù potrei vedere meglio tutto il quartiere Baixa, ma sembra chiuso, e salgo faccendo un giro largo, passando a fianco del convento do Carmo. Anche da quella parte però ci sono delle scale prima di arrivare sulla sommità.
In cima si trova un piccolo chiosco, sulla destra delle immancabili bottiglie di ottimo Porto, ma non è quello che m'interessa in questo momento.
La città chiama, mi infilo nell'angusto spazio tra la scala per la discesa e il parapetto, mi appoggio e osservo Lisbona.
A destra si intravede l'inizio di praça do comércio, più oltre so che c'è il Tago, ma è già buio e non lo vedo. Ai miei piedi il gruppo di strade ordinate che collegano la piazza del commercio a praça D. Pedro IV e praça Da Figueira. La luminosa Rua Augusta si fa notare, e parallele ci sono tutte le altre vie.
So che dopo rua Augusta verso il castello che si vede sulla collina in fondo, si susseguono: rua Correeiros, rua da Prata e rua Dos Douradores, tutte citate nel libro di Pessoa. In rua da Prata ricordo il negozio che vende le banane, incontrato nel romanzo da Bernardo Soares una mattina, mentre cammina verso l'ufficio. Sa che per il fatto di essere vivo, è condannato a scomparire un giorno, ma qualcun'altro molto tempo dopo che lui non ci sarà più, vedrà delle banane in vendita in rua da Prata. Anche se saranno altre banane e i giornali venduti nel negozio di fronte indicheranno un'altra data, proprio per il fatto che le banane non vivono saranno comunque presenti anche dopo di lui.
Però la via più importante e che ho più a lungo immaginato è senz'altro rua Dos Douradores, dove nel romanzo ha sede l'ufficio di Bernardo Soares.
D'impulso la sensazione di non essere più un banale visitatore, non più un turista che cerca solo le attrazioni della città, ma un personaggio che condivide i sentimenti di un impiegato che sa d'essere incatenato al suo lavoro. Lì sotto ci sono uomini e donne che pur sembrando liberi, sono costretti a recarsi tutti i giorni a una determinata ora in un luogo (ufficio o fabbrica che sia) dove trascorreranno gran parte della vita ad occuparsi degli affari e interessi di qualcun altro.
Per Bernardo Soares, protagonista del "livro", la via dove si trova l'ufficio si chiama Dos Douradores ed è a Lisbona, per me sino all'anno scorso si chiamava via Negrone ed era in un'altra grande città portuale, ma non fa alcuna differenza.
Dall'alto non riesco a riconoscere la rua Dos Douradores, scendo e vado a cercarla.
Percorro rua Assunçao che taglia perpendicolare le altre, ricordo che ci dovrebbe essere un droghiere che Bernanrdo descrive come famoso nel blocco che va da lì a rua Vitoria, la sucessiva via parallela a questa scendendo verso il fiume.
Non è semplice trovare quello che cerco, e quando vedo il cartello capisco perché Pessoa ha scelto proprio questa via per l'ufficio dove lavorava Bernardo Soares. Mentre tutte le altre sono luminose, pianeggianti e larghe, Dos Douradores è stretta, buia e dissestata.
Non so se da qualche parte esiste la ditta di Vasques, il principale di Soares nel romanzo, ma come racconta lo stesso protagonista. tutti abbiamo un padrone Vasques, per gli uni visibile, per gli altri invisibile.
Forse l'attrazione dei viaggi consiste nel avere l'opportunità di credere che da un'altra parte (qualsiasi altra parte) la vita sia migliore, il "Livro do dosessossego" ci fa comprendere che tutti abbiamo una rua Dos Douradores, un Vasques (reale o da noi stessi imposto), un ufficio o una fabbrica dove andare, e anche se non dobbiamo timbrare realmente un cartellino, la sostanza non cambia.
Mi sono depresso abbastanza, lascio la rua per tornare turista e cammino verso il quartiere Chiado a cercare rua Garrett, per sedermi a un tavolino esterno del cafè "A Brasileira", e bere una birra seduto vicino alla statua di Fernando Pessoa.