Del 1921 è il
romanzo "Rubè". Questo, pur non
essendo un capolavoro dal punto di vista artistico, riveste una grande
importanza
storica per aver collocato la prima guerra mondiale all''interno
della narrativa in modo estremamente critico. Il romanzo narra, infatti, le
vicissitudini dell''avvocato siciliano Filippo Rubè, che crede di essere un
superuomo. Quello era il periodo in cui andava di moda l''atteggiamento
superomista dannunziano. Trasferitosi a Roma in cerca di lavoro, si accorge con
lucida consapevolezza che la realtà è inadeguata alle sue grandi ambizioni.
Quando scoppia la prima guerra mondiale, infiammato dalla propaganda
patriottica, diventa un fervente interventista e si arruola volontario. Egli
era convinto che "la guerra risanatrice del mondo" sarebbe stata la
sua medicina, perché gli avrebbe offerto l''occasione di sfoggiare tutta la sua
potenziale grandezza. Al fronte, però,
rimane scosso e deluso. I miti eroici
crollano dinnanzi alla sporcizia e alla vita dura della trincea. Rubè si
accorge, per giunta, di aver paura nel
momento in cui è coinvolto in un''azione
di estremo coraggio e vi rimane ferito. In Filippo Rubè il Borgese esemplifica
le contraddizioni di un’ideologia fondamentalmente borghese, la cui
involuzione, da una visione eroico-superumanistica ad un atteggiamento di
sterile distacco tra nichilistico e vitalistico, è testimoniata dall’alternanza
dei piani
conoscitivi e comportamentistici del personaggio. Ciò che manca, in
effetti, a quest’ultimo è la disponibilità ad aderire ai ritmi della nuova
realtà storica, nei cui confronti inadeguati si rivelano gl’ideali che ancora
in lui agiscono. Di conseguenza, la vita, nell’impossibilità d’essere valutata
secondo validi schemi conoscitivi, rimane il caotico regno del molteplice. In
fondo, c’è nella sua coscienza come un vuoto culturale che determina il
persistere di antiche e traballanti certezze. Ne consegue un volontarismo di
fondo senza intima persuasione ed una perplessità che permea ogni suo atto. La
realtà è percepita attraverso l’ottica di un raziocinio senza tregua ed una
spietata analisi che la rifrangono in una miriade di sfaccettature. La
disorganicità fondamentale dell’intellettuale inurbato, compenetrato di logori
pregiudizi e spaesato nella realtà cittadina, si disvela nel malessere
esistenziale del personaggio, incapace di chiarire a sé stesso le ragioni della
propria condizione. L’opera si qualifica per la problematicità e complessità
del suo messaggio, quale momento, fra i più significativi della letteratura
italiana, del trapasso dal classico romanzo ad “eroe problematico"
a quello “della dissoluzione del personaggio”, in cui la fragilità degli
equilibri sociali, tipica del sistema capitalistico, trova la sua più vera
espressione. Il Rubè finisce così col partecipare a quell’erosione delle
forme tradizionali che si rivelavano inadeguate alla rappresentazione di una
realtà conflittuale come quella contemporanea.
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