I Kuraj sono i cespugli secchi che in primavera l''Afghanetz, il grande
vento della
steppa, fa rotolare lontano e, quando si muovono, sembra che tutta la pianura si sposti. Kuraj significa anche "
flauto", un flauto rozzo, ricavato da una semplice canna e, comunque, designa anche il suonatore di flauto , tipo un menestrello. Kuraj ha anche un significato più intrinseco, ovvero quello di una persona senza fissa dimora e senza volontà propria, che si lascia trascinare dal caso, un vagabondo privo di radici alla mercè del vento. Infine, è anche la parola con cui gli sciamani della steppa terminavano le loro invocazioni. Il libro narra la storia di
Naja, appartenente al
popolo dei Tuncian, i nomadi discendenti da Gengis Khan, che dalle steppe dell''Uzbekistan viene mandata in Germania nel dopoguerra. Suo padre, Ul''lan l''ha affidata
all''ufficiale tedesco Gunther Berger con cui ha combattuto contro la Russia di Stalin.
Naja racconta la storia del suo popolo e delle loro tradizioni e della sua difficoltà ad integrarsi nella famiglia che ha ereditato dopo la morte del padre, in seguito ad una promessa fatta da quest''ultimo all''ufficiale tedesco a cui è morta la figlia nata lo stesso giorno di Naja.
Naja è originaria della zona in cui si incontrano le grandi civiltà e le grandi religioni: il suo popolo era ed un incrocio di etnie e di lingue. Erano nomadi che smontavano le jurte due volte all''anno, in autunno ed in primavera, attraversavano l''Amu Darja, il grande fiume per tornare nello stesso territorio lasciato sei mesi prima: in aprile il fiume era colmo d''acqua e prometteva abbondanza nella riva nord, a fine ottobre si presentavano le tormente di vento e di neve più miti a sud. Naja ha un fratello gemello, Ginchin, e la
madre è morta in seguito ad una complicanza del parto. La madre adottiva, Siglinde, non si occupa di lei, la ignora, anzi non si occupa di nulla, è apatica e vive nel suo mondo ricamando e coltivando rose. Di lei si occupano le cameriere e il dr Wallatz, un insegnante.
Il nome Naja significa cobra, ed sarà proprio il morso di un serpente a causare la morte del fratello. I naja sono anche i guardiani di tesori nascosti, i protettori delle sorgenti e dei laghi, della fonte di vita. Ma non sempre si mostrano nella veste di serpenti, ma guai a sfidarli perchè il primo castigo che infliggono è il terrore che immobilizza per poi passare al morso mortale.
Naja scopre le lettere che il padre adottivo scriveva alla moglie dal fronte e così rivive il dramma della guerra, della prigionia e della fuga dei suoi due padri. Naja frequenta la scuola e ha difficoltà ad integrarsi per il suo aspetto fisico e si vergogna anche delle sue origini, tanto che durante una lezione non riesce a raccontare le vicende del suo popolo. Soffre quando le vengono tagliati i capelli che tiene raccolti in una lunghissima treccia; si sottoporrà anche ad un intervento di chirurgia plastica di ricostruzione del setto nasale per poter mitigare la sua diversità. Riesce a diplomarsi con buoni voti e trova lavoro come centralinista. Quando il padre adottivo muore, lei e la madre si trovano indebitate e devono licenziare il personale e vendere la casa. Andranno a vivere in un alloggio che Naja sente finalmente come casa sua, si rimbocca le maniche e impara a cucinare, rammendare e stirare, la madre, invece la imita distrattamente. Naja china il capo e si adatta al nuovo vento che soffia su di loro, la madre, invece, deve aggrapparsi a lei per non essere sradicata. La vita di Naja trascorre serena finchè non conosce Jorgio Lapatsonis, un ingegnere greco e decide di sposarlo, trasferendosi in Grecia dalla sua famiglia. Circostanze poco carine la porteranno a fuggire con la madre a Cipro e poi, al compimento del 40° anno ritornerà nella sua steppa. L''autrice scrive un romanzo di guerra e di pace, di popoli ed eserciti in fuga, di uomini spazzati via dalle tempeste della Storia, di sentimenti che resistono, di uomini e di donne che non si dimenticano.
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