Il mio discorso sul tifo calcistico e sulla violenza che esso provoca in tutte le parti del mondo e a tutti i livelli sociali, partì dalla scoperta che il calcio, come gli sport di squadra in genere non sono rappresentazioni simboliche della guerra; di quella aggressività interiore che fa parte dei cromosomi umani. In realtà le rappresentazioni sportive di massa non sono versioni pacifiche di una guerra tra popolazioni ma il tentativo di placare il nemico potenziale con l’elargizione di un dono che è la preda catturata. Il pallone è il simulacro della testa dell’animale catturato durante la caccia. L’atto di conseguire una meta, di siglare una rete, di realizzare un canestro, sono gesti di donazione all’avversario/nemico del proprio bottino. Rappresentazione sì, quindi, ma non della guerra, bensì del tentativo di evitarla. Quel nemico naturalmente è prima ancora interno che nella realtà. Segnare un gol significa placare il nostro nemico interno. Ci solleva dall’angoscia che l’aggressività che alberga dentro ognuno di noi, possa sopraffarci. Il gol della nostra squadra del cuore è l’alimento che diamo alla bestia che c’è in noi. “La guerra, specialmente la guerra dei popoli primitivi -e nei suoi caratteri originari- non nascerebbe tanto dal sentirsi minacciati dal nemico come istanza persecutoria per il Sé, bensì dal fatto che il nemico è vissuto come l’istanza che distrugge il nostro oggetto d’amore. Sarebbe questa la ragione per cui la guerra si costituisce come un dovere, cioè come un valore fondamentale per gli uomini. Colui che va in guerra si sente spinto non da una necessità d’odio, ma da una necessità d’amore. Egli sente anzi di dover accettare la necessità del proprio sacrificio purché l’oggetto d’amore viva.” Questa descrizione dello psicoanalista kleiniano Franco Fornari mi pare calzi a pennello per il tifoso di calcio odierno. Egli va allo stadio come il guerriero va alla guerra. Lo spinge non tanto l’odio per il nemico ma l’amore per la propria squadra. La squadra è l’oggetto d’amore collettivo la cui difesa equivale, a livello del singolo individuo, all’istinto di conservazione. Un interessante capitolo della guerra dei popoli primitivi è quello riguardante il rapporto tra la guerra e la “caccia alle teste”. Tra questi popoli infatti, spesso succede che l’unico vantaggio che se ne ricavi sia l’acquisizione delle teste dei nemici. Un tale costurme si basa sulla credenza religiosa che l’anima sia situata nella testa. Così se si riesce a decapitare un uomo, ci si può impadronire della sua anima attraverso il possesso della sua testa. La testa cacciata viene considerata ancora viva e di solito è conservata con lo stesso amore con cui un religioso occidentale conserverebbe le reliquie di un santo. Alla fine la testa è il trofeo che il vincitore esibisce come prova della sua invincibilità e valore, tema che si collega alla maniacalità del trionfo e della gloria commessa intimamente alla psicologia della guerra in generale.
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